Pubblicazioni

Amo le vie secondarie, i viottoli incerti, fangosi, i sentierini boscosi, umidi, le orme che maree assorbono, le impronte che deserti dissolvono, i passi che violano nevi. Non per viaggiare ribelle, non per snobbare traffico, non per evitare pedoni, né per paura di confrontarmi con l’umana andatura. Ma perché arrivare al panorama da strade spianate non mi prepara a siffatta meraviglia. Perché su percorsi meno battuti imparo l’ascolto, la fatica, il dettaglio, ritrovo il me nel tutto, ricordo il tutto in me, incontro viandanti dalle scarpe sapienti e tocco l’indicibile bellezza degli anfratti. Perché quando infine un panorama si svela e ferma il mio cammino, allora ho la commovente gioia di nessun perché, di un nulla indefinitamente sacro che mi coccola, che mi accoglie. Appare nella sua potenza, nella sua maestria, come unica possibile sintesi divina, sacra, di quei passi azzardati tra viuzze, labirinti boscosi, vette imponenti e lande sabbiose. E mi sussurra con amore che ogni mio passo, ogni mio giorno speso in “allungatoie”, ha curato ogni frettolosa miopia, ogni compulsiva cecità, e mi ha donato iridi pronte a sostenere la scintillante vividezza dell’arcobaleno, di quel magico ponte dipinto che tiene per mano cielo e terra.

da “La vita che ti appunta” – Marzia Ercolani

Poesia

Basterebbe un prato
uno steccato
panni stesi
un volto amato.

Che passato vermiglio
ventricolare, sanguigno
centocinque passioni, 
mille e settanta corse.
Che presente celeste
cobalto che zittisce,
fondali e galassie,
un cerchio gentile
muove il mio fluire.
Viola sia dunque 
questo domani
degli opposti mescolanza,
arte, transizione,
piccolo mistico altruismo,
pastoso derivato
di quei toni primari
che non ho mai sfumato.

Occhi gonfi di sogni.
Anche aperti restano deformi.

Poesie come «prove di volo», gridi di dolore e speranza di una donna che vuole afferrare con tutti i sensi ogni aspetto della vita, soprattutto quelli concreti, quotidiani e dunque fondamentali. Poesie come pugni nello stomaco, come unghie che forzano palpebre ipocrite a rimanere spalancate, tese ad elevare l’umana fragilità dalla quale traggono origine e potenza espressiva, mai gridata eppure intensa al di là di ogni consuetudine. Versi affilati parlano di una donna desiderosa di «sudare di gioia» anche se consapevole del suo destino di «generare dolore», in una solitudine che scardina le barriere dell’indifferenza e squaderna l’identità dell’autrice, mente e viscere, fino alla più coinvolgente ricerca di consonanze. Perché la vita, dopotutto, non è che un frammentato dialogo tra solitudini vicine.

Sandro Montalto – edizioni Joker

Vorrei essere un uomo

Vorrei essere un uomo.
Un uomo che ha il coraggio di amare davvero
Che ha il coraggio di cambiare
Che sa quando cominciare,
quando finire e come finire.
Vorrei essere un uomo per conoscere un corpo di donna,
Un uomo che solo il piacere di lei appaga.
Vorrei essere l’uomo che sogno per me.
Per dirgli che esisto.
Per guardarmi con i suoi occhi innamorati.
Per vedermi bella.
E se fossi in lui
mi farei felice.

Acquista

Anche il tempo, come chiunque stia nel luogo della bellezza, possiede una sua ferocia. Forse la più devastante, la più compulsiva. Anche il tempo, come chiunque eserciti bellezza, sia pur inconsciamente, suscita in chi lo guarda il desiderio di trattenerlo secondo il proprio arbitrio. Ferocia e arbitrio. Questo Marzia Ercolani lo ha in mente come un mantra, se lo ripete ogni giorno fino a farsi ferire dalle parole e dalla durata che hanno le stesse sottoposte a pronuncia.

[…] Marzia Ercolani possiede un telaio antico, scrostato, tirato su a manate e ingranaggi di quercia. Dal suo laboratorio, attraverso simbolismi introspettivi, srotola un tessuto poetico che è sintomo di ritmo, di fatica, di spostamento, dove la meccanica non è altro che il palpito, l’umore del cuore (“Tra testa o croce scelgo cuore”).

dalla prefazione di Giuseppe Cristaldi

Prologo per un reato temporale

Siamo tutti malati di falsa legalità, ipocrita, subdola, che ruba e impoverisce, esiliando il progresso della coscienza di sé. In questo viaggio di versi discendo contromano tra gironi dell’io, per riscoprire un tempo intimo, che si ribella agli orologi, rifiuta calendari, sceglie ore illegali. Un tempo interiore, primordiale, che ci riporti al nostro respiro e al respiro che ci ha creati. Nella poesia l’ossigeno, la lotta, la rottura. Per sciogliere l’apnea quotidiana e la corsa dello sguardo. Per tornare a sentire la nostra coda. Nel pozzo dell’istinto ricerco quell’alito animale, espressione primitiva senza economia né governi. Unico sistema me stessa. Personalissimo universo in grado di odorare altri individui. Altre galassie. Altre epoche relative.

Marzia Ercolani – ORE ILLEGALI

Oggi il vento
scotta la pelle
arde, bruciacchia
oggi le mie ceneri
sono il respiro
dei passanti
l’ossigeno
dei marciapiedi.


Io che penso in grande
sono un’atleta del piccolo
io che penso in grande
abito il minuscolo
io che ho voglie immense
e passi microscopici
Io che spero incanto
e carezzo stonature
sono una formica
con la chitarra in mano
o forse una cicala
con il pane tra le ali.

Potrei morire gialla
nera, viola o blu
per essere alla moda
o bianca sul grigiastro
e restare sul classico
o ancora rossa sanguigna.
Ma io però son
rosa rosa rosa
come si fa a morire
tra spine e profumo,
non vorrei Gesù
chiedesse i diritti,
dunque sono così
nuda e spoglia,
del colore di un feto,
che mi toccherà
non morire affatto.

Che poi a volte sei lì
e tutto ti circonda
ti cerchia, ti asseconda
ma tu che sei il centro
non hai raggio né forma
tu che sei il centro
vorresti essere orma


Ci sono notti
che il letto naufraga
solo l’alba
ti chiede scusa.


Vorrei amare me.
E invece convivo con l’io

Drammaturgia

Un vecchio disco suona “Mamma” cantata da Beniamino Gigli. Fetocchia è in piedi, un poco rigida, i piedi uniti, apre le braccia per abbracciare qualcosa o qualcuno che lei immagina sia lì, ma le braccia crollano sui fianchi contro il suo volere. Come se i chiodi cadessero e liberassero la braccia dal suo essere croficissa. Le gambe radicate tengono immobile Fetocchia, mentre le braccia si lanciano in una corsa. Una corsa immobile. Il disco si interrompe. Fetocchia torna sulla sedia. Afferra il suo abecedario. Una gigantesca bibbia a forma di cartella scolastica.

FETOCCHIA:

Nasco. Per andare a scuola. La scuola che forma.
Scuola, che tu forse insegni a gioire, a correre e a ballare? Eserciti forse l’amore, il rispetto? Sostieni forse il mio valore, il mio futuro, come racconti il passato? I versi del misterioso Omero, le musicali tabelline aritmetiche, le profonde consapevolezze filosofiche, che forse ne restituisci la magia, che fai assaporare l’istante in cui sono nate le sacre intuizioni? O ispiri lo scolaro alla maraviglia delle scienze? Costipate sedie sbucciate sottomesse a verdi rettangoli senza speranza arredano stanze profumate di denaturato spirito.

Gira la cartella, sul retro una lavagna. Mentre racconta disegna con il gesso due grandi orecchie d’asino.

Corpi nervosi e flessibili, cuori battenti, menti curiose e affamate di elementi, annoiate di date, castrate nella conoscenza del respiro, o superficiali animi in pubertà, inorgogliti di adulatoria prestazione nozionistica, tesi a gareggiare per un bianco colletto inamidato specchio dei loro signori,queste le carni da ingrassare. Un mulinello gerarchico di voti, giudizi, promozioni, bocciature, doveri e premi, carriere ripiegate, dotti narcisi, geni costretti e rari docenti ribelli, reietti da un misero potere.
Non dovrebbe mai essere obbligatorio andare a scuola.
Oggi non ho ancora imparato a scrivere, ero impegnata a fare la cornicetta.

Posa la cartella.
Da domani darò i voti al maestro, per valutare la capacità di giocare.
Afferra due scarpe d’orate ognuna appesa ad un filo. Le muove come fossero burattini.
Il gioco, per sua natura, ha regole uguali per tutti.

Il mio naso ti cerca, si allunga.
Tanto è più grande la distanza da te, tanto più cresce per sniffarti il cuore.

LUCIGNOLO/ROMEO:

Signori e signori, chiamatemi Lucignolo! Sono qui per cadere nel gioco eterno, istintivo, ingenuo, dell’amore per le doppie scorrette, i congiuntivi nascosti, le virgole dispettose, le maiuscole assenti, niente accenti saccenti ma nessuna ignoranza di allegria. Destinazione l’altro mondo. Per non respirare relazioni siliconate di benessere. Il vostro educere estrae un altro dal sé, modifica geneticamente, e per le vostre velleità di artisti al massimo si arroga il dovere di scolpire il saltimbanco che vi lusinghi. O si riduce al truce mestiere di allevare animali per soddisfare i vostri bisogni. A nostra volta disciplinati diverremo educatori di carni per bene, dell’amore come sacrificio, promuovendo la carriera di figlio devoto, unico auspicabile posto fisso da secoli proposto come terapia per una morte approvata.
Povero Edipo, unica vittima, eppure la storia dei padri racconta colpevole. Di esser nato. Nella follia dei sonagli mi perderò con una scoreggia. E se puzza respirate profondamente, potreste rischiare di sentire l’odore della poesia.

Noi anime lunari abbiamo creduto nel mondo capovolto del velluto, del riflettore solare, delle acrobazie animalesche, degli sghignazzi liberi e fluenti, pozzo profondo di ogni antica speme, gola e lingua che tutto può dire burlona, cercando orgasmi spontanei di applausi. Romeo, romeo la tua morte illumina le loro impotenze. Non hanno orgasmi. Siamo costretti al branco o esiliati nell’autoerotismo.

Il seme che siamo è l’unico valore di fede, fossero tutti credenti, non ci sarebbero croci.

La luce si affievolisce, come fosse l’inizio di una nuova alba. Nulla accade. Silenzio. Un vecchio fusto di petrolio e una grande busta appoggiata ad esso. Ogni tanto piccoli scricchiolii, sottili sussurri della plastica.
Impercettibilmente, la grande busta nera comincia a prendere vita. Lentamente si anima fino a raggiungere sembianze umanoidi. Questo strano essere, un uomo forse, avvolto in una tunica di plastica nera una volta in piedi emette un lungo gemito di risveglio. A quel richiamo dal fusto una busta di plastica sembra come sollevarsi. Compare sotto una busta la testa di un essere vivente, una donna forse, due grandi occhi che emergono ora assonnati ora vigili. L’essere dalla tunica di plastica avanza camminando lentamente mentre lei si stiracchia ed esce dalla sua tana rimanendo appollaiata sopra il fusto. Mentre lui inizia a parlare.

LUI

Che bella ‘nvenzione a plastica. Risistente e economica. Vurria essere ‘na busta, ‘nu sacchetto, ‘nu cuntenitore. Pe’ esse liggiero, purtà e risiste. A plastica è irrisistibile, è bastante a sé stessa. O’ patre è n’uoglie niro niro, ma pe’ nascere adda passà mille avventure: stampaggio pe’ compressione, stampaggio ad iniezione, stampaggio pe’ trasferimento, formatura pe’ estrusione, calandratura, spalmatura, colata, soffiaggio, termoformatura, estrusione in bolla e pultrusione. È accusì c’ addiventa famosa comme a ‘n’eroina antica, superando tutte queste prove. Risiste, risiste, te risiste. Non comm’a o’ cuorpo nuostro che più campa e più va in malora e abbisogna di cure. Ecco pecchè pe’ nuje essa è ‘na dea. La veneriamo e lei viene in aiuto. O’ specchio è scustumato? E nuje o’ facimmo fesso cu’ cuorpi nuovi, lucenti e culurati. Cuorpi cambiati, trasformati in continuazione pe’ essere sempreverdi. Manco la muorte li usura, nun song’ biodegradabili. Sotto terra abbadunato poi, comme intatti, future cavie pe’i posteri scienziati, resistono a’ corrosione e inerzia chimica, nonché tengono idrorepellenza e inattaccabilità da muffe, funghi e batteri. Inceneriti, zigomi, seni, glutei scaricano diossine. Simm’ muort eterni. E vivi maje.

La donna mentre lui parla tira fuori dal fusto un grande uovo di carta, un mappamondo costruito con i giornali e lo culla cantando una ninna nanna mentre si avvicina al portale. Finisce di cantare, La sua figura appare incastonata nella porta divelta, una madonna nera, un grande uovo in mano. La figura esce dal quadro e ripone l’uovo sopra l’altare di macerie. Mentre lei racconta timida, lui sul fondo ripiega la sua veste di plastica, la sistema come fosse un giaciglio accanto al fusto.

LEI

– A me me piace ‘o vetro. Liggiero, trasparente, luminoso, culorato, oscuro, frangibbile, infrangibbile. Prima da esse accussì comme la mano nuostra lo carezza è nu fiume cociente, denso, acceso. Po’ piglia forma e se ‘ntosta. Accussì accade int’a nuie. Chella fiammicella ardente, focosa e biricchina, ca brilla al primmo battito nuostro libera e bruciante, chianu chiano, tra schiaffi e menzogne, se indurisce comme o vetro.

L’uomo intanto nel retro, seduto sul suo giaciglio, sta gonfiando lentamente due piccole buste di plastica trasparente, due buste da freezer. “Congela” il respiro.

LEI

– Dintro a ‘na bella teca trasparente chella scintilla primitiva si nascunne vergognosa, tiene paura do viento. Ma ‘o viento è il respiro nuostro. Accussì, sula, comme in clausura, sta arret’ a na finestra, a volte limpida e pulita cà issa poì esse vista e po’ verè, ma assai chiù spisso, oscurata p’azzitì e intussicà o valore. A siento! A siento! Dint’o pietto, la finestrella mia. Scricchiola. Lassa passà spifferi de munno. Quanno rido tengo paura ca se crepa comme se la gioia mpruvvisa fosse o terremoto. Quannu chiagno s’appanna tutta comme a velare discreta la ferita c’à fa male. Vurria aprila, spalancarla, pe fa trasì o viento. Se la fiamma è salda, o viento la ingrossa, la divampa. E se nu soffio la spegne? E se nu soffio la spegne, vuò dì che è ora.

(continua)

OVE:
Dunque si ha y0(x) = (1+ax) eax,y00(x)=(2a+a2x)eax…. se lo sostituisco nell’equazione ottengo…. x[eax(a2x+2a)]x[eax(ax+1)][x eax]= 0 ….perciò (a2 a)x2 + (2a 2)x= 0…I coeffi- centi di x e x2 devono annullarsi entrambi, quindi a = 1
“Uno?” – Si guarda intorno, è sola. Prende la sua piccola chitarra e le sussurra “…Uno…”. Poi canta versi notturni.

Oggi abito le stelle
quei pulviscoli galattici
nascosta tra meteore
Orione si confida
mi dice sei dei nostri
ed Ercole carezza
la mia pelle tradita
poi il carro mi rapisce
a Marte mi consegna
e lui affina le armi,
ché il giorno duole ancora.

La porta inizia lentamente a muoversi, come a danzare. Finito il canto, una voce oltre la porta “ 9 milioni 87 mila 610, 9 milioni 87 mila 611, 9 milioni 87 mila 612, 9 milioni 87 mila 613, 9 milioni 87 mila 614…”
Un’altra donna, viandante, contando i suoi passi, arriva da molto lontano. Da dove non è dato sapere. Sulle spalle ha la porta a mo’ di zaino. Indossa una tunica bianca. Sembra incinta. Le due si vedono.

Altro: – Mi scusi per la felicità? 
O: – Passi prima per l’accettazione

***
OVE:
Con il termine accettazione si intende un atto prenegoziale recettizio, inteso come mani- festazione di volontà affermativa che il destinatario della proposta rivolge a sua volta al proponente. Etimologicamente, il termine accettazione deriva dal latino accìpere, compo- sto da ad càpere, laddove ad indica l’intenzione, il fine, e càpere significa prendere, nel senso complessivo di acconsentire ad una proposta. Deve essere in tutto conforme alla proposta. Un’accettazione non conforme alla proposta equivale a nuova proposta (art. 1326, comma 5, Codice civile). L’accettazione deve giungere al proponente nel termine da quest’ultimo stabilito o in quello necessario secondo la natura dell’affare o secondo gli usi (ex art. 1326, comma 2, Codice civile).

ALTRO riprende a camminare, ricomincia il giro da capo, contano i passi tra sé e sé. Ove suona e canta:

Nel pozzo dell’io
tra presagi di stelle
mi tuffo scomposta.
Ero di acqua e sangue.
E mi bastava.
Scandaglio fondali
cerco il relitto,
il timone reciso,
quella coda
che il primo corpo fu

***
OVE riprende a suonare. ALTRO fa un giro su sé stessa e rimane nascosta dietro la porta. ALTRO bussa. OVE smette di suonare.

Silenzio
ALTRO bussa nuovamente
ALTRO: Posso Uscire? OVE: …
ALTRO bussa di nuovo.
OVE: Può…entrare.
ALTRO: Ma no scusi, Io vorrei uscire. Lei se vuole può entrare.
OVE: Se si bussa è per entrare.
ALTRO: Ah sì? E per uscire che si fa?
OVE: Si saluta e si esce.
ALTRO: Salve. Posso uscire?
OVE: Ma vada, dove vuole.
ALTRO: Davvero posso?
OVE: Sì, esca, esca, esca!
ALTRO: Amo, amo, amo.
OVE: Ma vada, vada, vada!
ALTRO si gira (aprendo al porta): Davvero? E dove voglio?
OVE: Dove vuole…
ALTRO: E dove voglio?
OVE: ( con gli occhi al cielo) Ahhhh, la pace dell’uno.
ALTRO: Mi scusi per la…
OVE: (spazientita, mentre prende ad accordare)
Chi sente il tutto,
il molteplice, il possibile
rispetta l’uno.
La matematica è ostica a molti.
Basterebbe suonarla, non darle i voti.
(gioca con gli accordi)
ALTRO: E va beh, io non so dov’è, ma so cosa voglio, voglio la felicità. Tutta questa burocrazia per l’accettazione non ha senso. Bisognerebbe snellire le pratiche, velocizzare il percorso, qui finisce che la felicità arriva da morti.
OVE continua ad accordare.
ALTRO: io voglio essere viva quando la incontrerò.
OVE: i morti sono vivi
ALTRO: Eh?
OVE: sono i vivi che sono morti.
ALTRO: Ah beh allora io sono morta dalla nascita.
OVE: Tutti nasciamo dalla morte.
ALTRO: Uh…ma no! Mamma aveva una bella cera al parto, la ricordo molto bene. Non sembrava affatto morta.
OVE: Nasciamo dal sangue. Dalla gioia di una ferita.
ALTRO: Sarà, ma io sono nata dal solletico. Ricordo le risate di mia madre mentre mio padre, mentre mio padre, mentre mio padre, insomma mentre.
OVE: La prego di non essere pornografica.
ALTRO: Pornografica? Non faccio mica politica io. Senta lei è sul mio cammino sa, mica è colpa mia, quindi non mi tratti come se fossi una scocciatrice, se lei è tra i miei passi, i miei passi sono anche per lei. Ci sono incroci che non si possono evitare sa, passi lei passi per l’accettazione, indietro non posso tornare, non ci si può far nulla, nulla, niente di niente.
(si gira velocemente di schiena chiudendo la porta).

Io sono influenza
tu sei affetto
ogni incontro è un contagio

HIV:

Ci sono contagi che ammalano e contagi che ristorano. Nulla di più bello del contagio del sorriso, dell’amore, del coraggio. Nel contatto con l’altro da sé tutti sono astronauti che approdano su un pianeta sconosciuto. Sta ad ognuno decidere se essere invasore, turista spregiudicato o accurato esploratori. Un viaggio lascia sempre dei segni, sia nel viaggiatore, sia nella terra che egli attraversa. I corpi si cercano, si scoprono, si perlustrano, gli abissi hanno bisogno di essere scandagliati. Che si abbia cura dunque, ora forse avete capito, che sia un’ode alla gioia e all’amore, non all’immunodeficienza umana. Che candida sia l’emozione. Che sia una una grande spirale di benessere. Che il vostro corpo sia terra e seme di salute e poesia, che sia un grande rigoglioso giardino curato con dedizione e divertimento. Chè amore è proteggere, porre attenzione alla bellezza del fare, dell’agire, del conoscere, del creare. Noi torniamo sul pianeta dell’amore. Ogni notte che alzerete gli occhi al cielo, vedrete una grande luce che vi ricorderà che noi siamo qui. E se sarete colti da amnesia, se smetterete di aver cura di voi, troveremo il modo di tornare nel vostro corpo segreto, nella vostra intima radice, per ricordarvi che l’amore è cura, sacralità, rispetto. E che l’amore quello sì è sanamente trasmissibile.

“Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita.”

***

Le mie impronte digitali
prese in manicomio
hanno perseguitato le mie mani
come un rantolo che salisse la vena della vita,
quelle impronte digitali dannate
sono state registrate nel cielo
e vibrano insieme
ahimè
alle stelle dell’Orsa maggiore.

***

“Dio! Che cosa successe dentro l’anima nostra! Fu uno sciamare di vestaglie azzurre verso l’alba. Scesi in giardino di corsa, mi inginocchiai davanti ad un pezzetto di terra e la bevvi con una fame primordiale. Amo i colori, tempi di un anelito inquieto, irrisolvibile, vitale, spiegazione umilissima e sovrana dei cosmici “perché” del mio respiro. Da quel giorno cominciammo a vestirci, a pettinarci, a curare il nostro aspetto, perché fuori c’erano gli uomini. E le nostre anime dovevano per forza diventare belle”

***

Scrivo per dialogare con qualcuno. La poesia è una delle tante manifestazioni della vita. È un modo di parlare, può essere cattiva, buona, iraconda, inutile. È un modo di far teatro. La poesia è una maschera greca, un carnevale. Una dignità che non si ha, una dignità che si soffre. D’altronde ogni poeta vende i suoi guai migliori. Può essere anche un modo di sentirsi pazzi. Un modo di sentire e di sentirsi, di essere al mondo. Ma modo irrinunciabile; investitura divina che non consente abiure; personalissimo, esclusivo esserci; condanna e dono insieme.

Sono nata il 21 a primavera
Ma non sapevo che nascere folle
Aprire le zolle
Potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
Vede piovere sulle erbe
Sui grossi frumenti gentili
E piange sempre la sera
Forse è la sua preghiera

Adattamento a cura di Marzia Ercolani di “L’altra verità, diario di una diversa” – Alda Merini

Narrativa

Olivia e il mestiere di vivere

Aveva un passato di grande prestigio Olivia. Era stata desiderata, amata, voluta. Elegante, sobria, vestita sempre di nero, un nero così intenso, lucido, corvino da risultare misterioso, definitivo, impeccabile. Era una regina Olivia. Quando rientrava a casa egli fremente correva ad accarezzarla. Stavano assieme intere giornate senza staccarsi, le dita di lui la massaggiavano poetiche, la sfioravano emozionate, la battevano passionali, lei, mesta, si lasciava solleticare tutta. Era il suo re, lo accoglieva senza mai cenno di stanchezza, di noia, di cedimento, silenziosa lo osservava mentre sfinito dormiva con il capo riverso su lei. Insieme inventavano storie, creavano versi, disegnavano fiabe, le piaceva esser la sua musa, la sua ancella, lo specchio della sua anima. Adorava quelle mani grandi su di lei, a volte delicate e timide, altre irruente e voraci. Non avrebbe potuto essere di nessun altro Olivia. Lo conosceva a fondo, lo aveva visto piangere, ubriacarsi, lo aveva sentito parlare nella veglia, lo aveva accolto nelle notti insonni. Erano quelli i momenti in cui la cercava, la abbracciava ferito, le sue mani si aggrappavano a lei, urgenti la invadevano di tormenti, di lucidi rimpianti, di malinconia struggente. Ma Olivia conosceva anche l’entusiasmo infantile, puro, emotivo e sempre gentile che lo caratterizzava quando era allegro. La devozione per lui era tale, la sua discrezione così profonda che sopportava con garbo le giornate passate senza nemmeno una carezza perché lo sapeva felice tra le braccia di un amore. Sopportava fin’anche di esser l’intima confidente di quell’amore, di aiutarlo a descriverlo, a raccontarlo, ad omaggiarlo.

Sopportava tutto Olivia. Fino a quel giorno. Quel giorno in cui lo vide disperato come non lo era mai stato. Seduto di fronte a lei, gli occhi asciutti, gonfi, spremuti di lacrime. La guardava assente, stanco, lontano. Poi quelle dita così famigliari, così conosciute e amate, la toccarono definitive e sacrali. Un tocco funereo, un addio, un punto e basta. Mentre la primavera fuori risvegliava la città, scioglieva le nevi, partoriva nuovi boccioli, egli incise su lei quelle parole che la resero altare, che la consacrarono lapide:

“ Verrà la morte e avrài tuoi occhi”.

Il poeta si accasciò sulla sedia, sfinito, arreso, galleggiando in un sospeso niente. Il silenzio era bacchettato dal metronomo dell’orologio appeso sulla parete. Olivia avrebbe voluto gridare, urlargli tutto il suo amore, dirgli quanto era profonda quell’anima che lei sapeva. Perchè quell’anima lei la sapeva. La sapeva tutta. E lui la stava buttando via. Ma non poteva dir nulla. Eppure egli la sentì, la sentì così profondamente che un moto di rabbia improvviso e fragoroso lo scosse, la afferrò con le sue mani possenti e la scaraventò a terra. La picchiò, la prese a calci, la apostrofò con ogni offesa possibile, poi se ne andò furente. Lei non si lamentò, non disse nulla, lo lasciò fare.

Quando fu di ritorno, ubriaco, stanco, la vide lì, in un angolo del pavimento, con le tracce della violenza addosso. Si avvicinò con timore, con vergogna. La prese in braccio con tanta dolcezza che lei in cuor suo lo perdonò immediatamente. Comprendere è il mestiere di vivere, vivere è il mestiere dell’amore. Si guardarono a lungo. La ringraziava di ogni istante passato assieme. Le chiedeva perdono. Le diceva addio. Fu un saluto eterno. Videro la morte l’uno dell’altra, chè in quell’istante morirono assieme.

Il giorno dopo scese con lei per strada, andarono al bar. Venne affidata ad un giovanetto dalle ginocchia fragili, che sembrò non credere ai suoi occhi nel saperla sua. Egli la guardò fugacemente per l’ultima volta poi se ne andò veloce. Il giovane la carezzava fiero, ma quelle mani sudaticce e nervose non avevano nessuna melodia. Promise a sé stessa che mai nessuno avrebbe potuto toccarla ancora. Quello stesso pomeriggio scelse di disobbedire. Di commettere il suo primo e unico reato, e reagì. Reagì al suo destino.

Fu odiata, fu accusata, fu molestata, ma non si difese, non cercò di recuperare. E finì inevitabilmente in carcere. Sì perché ci son cantinacce di grigi sottoscala condominiali che si mostrano muschiose e lacrimevoli come a dire: lasciate ogni speranza voi che entrate. Che sull’uscio freddo e metallico portano una finestrella piccola e ferrosa, avara lasciapassare di ossigeno e di lontani echi solari. Che nessuno sguardo umano da tempo si affaccia curioso a salutare. Che ormai da tempo sono state declassate da luoghi di conservazione a dimenticate carceri. Al loro interno scatole, scatoloni, mobili, soprammobili, valigie, borsacce dalle età e origini disparate, detenuti accatastati, confusi, promiscuamente avvinghiati.

E proprio in una di queste celle, dopo numerosi decenni e disparate generazioni ignare di poeti e di inchiostro, a tu per tu con disordinati pacchi, ceste caotiche, libroni ingialliti, dignitosa se ne sta in un angolo di uno scaffale arruginito una rigida valigetta color antracite. La polvere e la muffa hanno sbeffeggiato di macchie l’integerrima custodia, ingrigito la sua tinta, spellato la maniglia, invecchiato le giunture. Ma essa, silenziosa e fedele, protegge ancora con doverosa cura il suo bagaglio dal primo giorno in cui le è stato affidato.

In quel sicuro ventre, in quella tana originaria, si ritrova la nostra Olivia, tutta sola tra i suoi ricordi, serenamente dimenticata nella sua detenzione, ché pena insopportabile, tortura assai maggiore sarebbe stata essere in mano di un estraneo. Il suo abito nero è divenuto un vestito a lutto, il suo ergastolo una promessa d’amore. Perchè Olivia proprio all’amore ha disobbedito, proprio l’amore ha scelto di non dire. Mai più si è concessa in nome di quell’inspiegabile emozione umana, fatta di battiti e sospiri, ritmo ventricolare, contrazioni colitiche, apnee e sudori. Un melodia profonda, personalissima, che i suoi tasti hanno cantato solo quando quelle dita intime la suonavano ispirate.

Ha scelto la ribellione Olivia, ha scelto la morte. Una morte all’origine. La morte di ogni inizio. La morte di una vocale. Di quella vocale che principia tutto. Tra gli scattanti tasti argentei titillati, scandagliati, sobillati dal poeta, uno si è suicidato assieme a lui e, come rattrappito, congelato, non ha più dato segno. Bloccato, inerme, immolato ad un’eterna stonatura. Olivia non ha più concesso la sua A di amore.

A Cesare Pavese
(dalla raccolta IL LATO OGGETTIVO

La donna che vorrei essere indossa verità anche se rischia di restare nuda in pieno inverno.
La donna che vorrei essere ha dismesso il camice da infermiera,
l’aureola di santa, il potere di seduttrice.
La donna che vorrei essere si specchia nelle altre donne, dialoga con loro, le cerca.
La donna che vorrei essere non compiace né compete con gli uomini, non li domina, non li sminuisce, si fa rispettare, non ama il carnefice.
La donna che vorrei essere è una madre che non possiede, che non proietta, e anche senza bambini è ugualmente gravida, partorisce doni, non li tiene per sé.
La donna che vorrei essere accoglie la diversità, non forza nulla, lascia che la vita sia.
La donna che vorrei essere ha il coraggio di lottare per sé stessa e di arrendersi a sé stessa.
La donna che vorrei essere carezza la paura, la trasforma in possibilità.
Il mondo che vorrei accoglierebbe questa donna senza voti né premi, lascerebbe che fluisse come un piccolo guizzo di fiume. Il mondo che vorrei ripudia ogni categoria.
La donna che sono ama essere donna, ma desidera ancor più essere una persona.
La donna che sono intanto si allena in stile libero.
E se quel mondo sarà, è pronta a tuffarsi.
(da Seno e coseno)

 

L’opulenta lacrima destra precipitando greve prima dello schianto disse alla lacrima sinistra: “Brutta imbrogliona, come fai ad esser così leggera, sospesa sulla gota ?”
Con voce soave ella gentile rispose:
“La dolcezza della gioia mi ha nutrita, non il peso del dolore, né le calorie dell’odio.”

(Dialogo tra organi e sottoposti) 

 

L’altro è una porta. Il rispetto è chiedere permesso per entrare, anche se la porta è aperta. Se è chiusa maggiormente. Sto imparando a bussare lieve. Mi alleno da sola, a casa, a fare toc toc. Ho composto innumerevoli ritmi, testimoni della mia ricerca, del mio studio, dei miei tentativi. Il mio desiderio di punta dei piedi è estremo, incommensurabile, urgente. Eppure, davanti ad una porta, dopo anni di nocche arrossate in casa, l’emozione in me è così intensamente potente, così forte, così incontenibile, che paura mi pervade, goffagine mi assale, ansia mi aggredisce, aggressività mi maschera, erotismo mi spalleggia e mentre infilo le scarpette di gesso perdo l’equilibrio, capitombolo sulla porta e la sfascio. Se è aperta ruzzolo malamente travolgendo ogni cosa fino ad uscire dalla porta di servizio.

(da Diario di una ripetente)

 

Se la croce è l’autografo degli analfabeti, cultura è non sacrificare l’intimo io, non aspirare alla notorietà del santo, al subdolo eroismo del martire, alla propaganda dell’amore sacrificale. Imparare a firmare con il proprio pensiero, a scrivere con il proprio ventre, a leggere la meraviglia dell’uguaglianza nelle differenze, a decifrare il reale rispetto, a dire “posso”.

(Diario di un ladrone)

Ci son baci semplici, quotidiani, affettuosi, che sanno di casa, premura e radici; altri veloci, superficiali, amari, performativi, che scivolano via con la prima rugiada del mattino. E ancora baci voraci, violenti, affamati, urgenti, che chiedono in pasto labbra e ventre. Altri invece timidi, emotivi, balbuzienti, che accelerano il battito e mettono ali ai pensieri. Infine ci son quelli desiderati, sperati, mai ricevuti o solo assaggiati eppure indigeribili. Enormi malinconici pesi sullo stomaco.

(da Fiabe d’asfalto)

Fiabe d’asfalto

Cavalcai zucca spronando topi al guinzaglio. Credevo così tanto nel mio sogno, che tutti videro carozza e cavalli
CeneRantola

[…]

Mi rimaneva una scarpa sola. L’altra l’avevo tirata addosso ad un tipo che mi inseguiva per le scale. Dopo averla presa in faccia, la raccolse delicatamente come fosse di cristallo. Avevo intuito in tempo la sua follia.”
CeneRantola

(da Fiabe d’asfalto)

SUDARIO CARDIACO

Passi e sospiri di una forestiera
Sud il mio sguardo interiore,
che cerca, domanda, aguzza la vista.
Sud le mie viscere,
il mio cuore, il mio dolore.
Sud il mio tuffare,
il mio cadere, il mio giacere.
Sud il mio sorgere, il mio sbocciare
il mio fruttare.
Sud da Roma mia, per la consolare
Appia, per le mulattiere.
Sud per transumare, per sentire,
per comprendere.
Sud sempre accolta, sud sempre accorta.
Sud accasata, lusingata, desiderata.
Sud tradita, sparlata, straniera.
Sud richiamo, magia, ricordo.
Sud patto di sangue,
rosso piccante, tramonto sfacciato.
Sud verde speranza, verde invidia,
celeste di lacrime, azzurro di addii,
marrone di orme e fango,
giallo di canto.
Sud dove la polvere è terra,
la terra è pelle, la pelle è sole.
Sud che è mancanza,
vergogna, reputazione.
Sud moglie e madre,
sud amante e sesso.
Sud immacolato, sud prostituito.
Sud chiassoso e ridente,
pacchiano, festaiolo, ardente.
Sud muto e bugiardo,
sotterraneo, silente, segreto.
Sud calloso e ortolano,
schiene spezzate, mani gonfie,
denti morti.
Sud di avvocati, dottori, maestri,
sud di carabinieri e soldati,
sud in nero.
Sud elegante e prezioso,
arcaico, artigiano, sapiente.
Sud porto, rifugio, sbarco.
Sud deserto, rovina, cimitero.
Sud morte e lavoro,
sud centenari e nipoti.
Sud tossine e discarica,
amianto, mercurio e diossina.
Sud genuino e saporito,
culinario, fatto in casa, farcito.
Sud maceria, cemento, appalto,
sud roccia, sabbia, tronco.
Sud preistoria, origini, arte.
Sud sospettoso e colpevole,
giudicante, bigotto, ricattatore.
Sud case aperte e ospite sacro,
evviva la sposa, figli maschi, nozze d’oro.
Sud onomastico, comunione, cresima.
Sud ipocrita, gaudente, eccitato.
Sud cattolico, santo, martire.
Sud di fede e infedeli.
Sud di ventri grandi e vogliosi,
di calure, ustioni, vampate.
Sud di ripudio e scherno,
di vendetta e minaccia,
di paure e sospetto.
Sud di brindisi e serenate,
stornelli e lune umide,
sagre e discoteche.
Sud televisione, soap opera
televendita.
Sud di maghi, streghe, tarocchi.
Sud di poeti, solitudine e teatro,
sud di saggi e pagine pregne.
Sud di tavole, forni e pozzi,
di fabbriche e campi.
Sud avanti Cristo, sud ogni Cristo,
sud di Madonne e Vergini,
di patroni e padroni.
Sud mistero e poesia,
rigore e barocco,
arcobaleno italico e greco,
bizantino e arabo,
albanese e zingaro,
normanno e spagnolo.
Sud che va via, sud che mai via,
sud che ricorda, che dimentica,
che invecchia.
Sud di bar e corti, sedie sull’uscio,
calcio e messa.
Sud che nasce magraldo tutto,
che annoia scugnizzi, dispera studenti.
Sud orgoglio e onore,
fermezza e vanto, terra dei nonni.
Sud abbandonato, moribondo, rinnegato.
Sud sognato, voluto, sperato.
Sud che risucchia, contiene e scalda.
Sud che è fessura, crepa e natura.
Sud che è bastone, potere e croce.
Sud partoriente e invadente creatore.
Sud anima, corpo, verbo.
Sud malgrado Sud.
Sud dal quale tutti veniamo,
sud al quale tutti torniamo.

Soggetti e sceneggiature
  • Il coro – trattamento scritto con Gino Clemente.
  • Quando l’amore chiama - trattamento scritto con Gino Clemente.
  • Senza Padrone - trattamento scritto con Gino Clemente.
  • Dal letame nascono i fior – sceneggiatura. ( cortometraggio)
  • Sonata in re minore – soggetto
  • La sposa di Giuda – soggetto
  • Picasso chi? - sceneggiatura. Da un'idea di Franceasco Zecca.