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INFO

  • Drammaturgia e regia - Marzia Ercolani
  • Con Luigi Acunzo e Marzia Ercolani
  • Assistenti alla regia - Giorgia Calcari, Mariavittoria Rumolo Iunco
  • Costumi - Flavia Migani
  • Disegno luci - Marzia Ercolani
  • Scenografie - Luigi Acunzo, Marzia Ercolani
  • Fotografa di scena - Tamara Casula
  • Locandina - Tiziana Quattrucci
  • Foto - Matteo Nardone, Carlotta Tucciarone
  • Drammaturgia
  • Scheda tecnica
  • Rassegna stampa
  • Foto

TEASER

Atti onirici

Munne – ‘O munno differente

“Ogni sogno è un pezzo di dolore che noi strappiamo ad altri esseri.”
(A. Artaud)

“Anche l’anima deve avere le sue determinate cloache nelle quali far defluire la sua immondizia; a ciò servono persone, relazioni, classi, o la patria oppure il mondo oppure infine – per i più boriosi (voglio dire i nostri cari “pessimisti” moderni) – il buon Dio”.

Friedrich Nietzsche

Ogni sogno è un pezzo di dolore che noi strappiamo ad altri esseri.” (A. Artaud)

Futuro prossimo. Una piccola discarica metropolitana, un’ordinaria oasi di immondizia.
Due esseri giacciono a terra, come angeli caduti, un folletto malato, una madonna decadente. Vivono in un anfratto, il loro tempio di macerie e spazzatura. Dimenticati da tutti, attendono che il mondo dia ancora qualche segnale. Da tempo non arriva nulla, nemmeno l’immondizia. L’ultimo ricordo del mondo li ossessiona, il calendario della raccolta differenziata il loro rosario. Giornate fatte di plastica, di vetro, di carta, di umido. Un’attesa infinita, di solitudine e dolore per lei, di speranza e gioco per lui. In questo eterno stallo arriva il momento di far emergere un nuovo mondo dalla spazzatura che lo affossa. Il momento di lasciar vivere i sogni covati da sempre, il momento di prendere coraggio, di riciclare i propri resti, le ferite, il letame, per farne il frutto della propria rinascita. Arriva il momento di smuovere le macerie, di usarle per costruire la via verso un mondo differente, verso un cranio di luce, verso un libero cambiamento interiore. Verso i cieli del di dentro, come insegna quel cranio di brace che fu Antonin Artaud. Che fine hanno fatto la cura e l’attenzione per la sacralità del mondo? Quale il domani della madre terra? Quale il destino delle cose minute? Dove volerà la purezza, dove la saggezza dello spirito infantile? Che respiro avrà domani l’atto creativo, il gioco?
Una riflessione sulla bellezza delle piccole cose, sulla vita che si nasconde tra i resti, tra le macerie, tra i residui apparentemente inutili, sulla resilienza, il riciclo emotivo, la rinascita.
Una carezza a questa terra, al nostro Bel Paese così maltrattato, alle donne che non hanno mai una strada facile, alla purezza dell’infanzia che viene costantemente intossicata. Il linguaggio evoca un dialetto dal sapore partenopeo che fa eco al sud tutto, tragico e meraviglioso portatore bipolare di poesia, creazione e autodistruzione. Sud come luogo interiore di ogni primaria pulsione, in cui viscere e umori non conoscono pensieri ma solo atti. Sud dal quale tutti nasciamo. Sud al quale tutti torniamo.

Marzia Ercolani

Drammaturgia

Preghiera
Dacci crani di brace
crani bruciati dai fulmini del cielo
crani lucidi, crani reali
e attraversati dalla tua presenza
Facci nascere ai cieli del di dentro
crivellati da voragini in tempesta
e che una vertigine ci attraversi
con un’unghiata incandescente
Saziaci abbiamo fame
di commozioni inter-siderali
versa lava astrale
al posto del nostro sangue
Staccaci. Dividici
con le tue mani di braci taglienti
aprici quelle strade brucianti
in cui noi si muore più lontano della morte
Fa vacillare il nostro cervello
dentro la propria scienza
e strappaci l’intelligenza
con artigli di un tifone nuovo.

Artaud le mômo, ci-gît e altre poesie.

Voci di: Rachele, Emma, Massimo, Diego e Silas

La luce si affievolisce, come fosse l’inizio di una nuova alba. Nulla accade. Silenzio. Un vecchio fusto di petrolio e una grande busta appoggiata ad esso. Ogni tanto piccoli scricchiolii, sottili sussurri della plastica.
Impercettibilmente, la grande busta nera comincia a prendere vita. Lentamente si anima fino a raggiungere sembianze umanoidi. Questo strano essere, un uomo forse, avvolto in una tunica di plastica nera una volta in piedi emette un lungo gemito di risveglio. A quel richiamo dal fusto una busta di plastica sembra come sollevarsi. Compare sotto una busta la testa di un essere vivente, una donna forse, due grandi occhi che emergono ora assonnati ora vigili. L’essere dalla tunica di plastica avanza camminando lentamente mentre lei si stiracchia ed esce dalla sua tana rimanendo appollaiata sopra il fusto. Mentre lui inizia a parlare.

LUI

Che bella ‘nvenzione a plastica. Risistente e economica. Vurria essere ‘na busta, ‘nu sacchetto, ‘nu cuntenitore. Pe’ esse liggiero, purtà e risiste. A plastica è irrisistibile, è bastante a sé stessa. O’ patre è n’uoglie niro niro, ma pe’ nascere adda passà mille avventure: stampaggio pe’ compressione, stampaggio ad iniezione, stampaggio pe’ trasferimento, formatura pe’ estrusione, calandratura, spalmatura, colata, soffiaggio, termoformatura, estrusione in bolla e pultrusione. È accusì c’ addiventa famosa comme a ‘n’eroina antica, superando tutte queste prove. Risiste, risiste, te risiste. Non comm’a o’ cuorpo nuostro che più campa e più va in malora e abbisogna di cure. Ecco pecchè pe’ nuje essa è ‘na dea. La veneriamo e lei viene in aiuto. O’ specchio è scustumato? E nuje o’ facimmo fesso cu’ cuorpi nuovi, lucenti e culurati. Cuorpi cambiati, trasformati in continuazione pe’ essere sempreverdi. Manco la muorte li usura, nun song’ biodegradabili. Sotto terra abbadunato poi, comme intatti, future cavie pe’i posteri scienziati, resistono a’ corrosione e inerzia chimica, nonché tengono idrorepellenza e inattaccabilità da muffe, funghi e batteri. Inceneriti, zigomi, seni, glutei scaricano diossine. Simm’ muort eterni. E vivi maje.

La donna mentre lui parla tira fuori dal fusto un grande uovo di carta, un mappamondo costruito con i giornali e lo culla cantando una ninna nanna mentre si avvicina al portale. Finisce di cantare, La sua figura appare incastonata nella porta divelta, una madonna nera, un grande uovo in mano. La figura esce dal quadro e ripone l’uovo sopra l’altare di macerie. Mentre lei racconta timida, lui sul fondo ripiega la sua veste di plastica, la sistema come fosse un giaciglio accanto al fusto.

LEI

– A me me piace ‘o vetro. Liggiero, trasparente, luminoso, culorato, oscuro, frangibbile, infrangibbile. Prima da esse accussì comme la mano nuostra lo carezza è nu fiume cociente, denso, acceso. Po’ piglia forma e se ‘ntosta. Accussì accade int’a nuie. Chella fiammicella ardente, focosa e biricchina, ca brilla al primmo battito nuostro libera e bruciante, chianu chiano, tra schiaffi e menzogne, se indurisce comme o vetro.

L’uomo intanto nel retro, seduto sul suo giaciglio, sta gonfiando lentamente due piccole buste di plastica trasparente, due buste da freezer. “Congela” il respiro.

LEI

– Dintro a ‘na bella teca trasparente chella scintilla primitiva si nascunne vergognosa, tiene paura do viento. Ma ‘o viento è il respiro nuostro. Accussì, sula, comme in clausura, sta arret’ a na finestra, a volte limpida e pulita cà issa poì esse vista e po’ verè, ma assai chiù spisso, oscurata p’azzitì e intussicà o valore. A siento! A siento! Dint’o pietto, la finestrella mia. Scricchiola. Lassa passà spifferi de munno. Quanno rido tengo paura ca se crepa comme se la gioia mpruvvisa fosse o terremoto. Quannu chiagno s’appanna tutta comme a velare discreta la ferita c’à fa male. Vurria aprila, spalancarla, pe fa trasì o viento. Se la fiamma è salda, o viento la ingrossa, la divampa. E se nu soffio la spegne? E se nu soffio la spegne, vuò dì che è ora.

(continua)

Rassegna stampa

RASSEGNA STAMPA – INTERVISTEdi Daniele Rizzo | Festival ad arte (Calcata)

Munne ‘O munno differente – TeatroCineFestival
di Daniele Rizzo
[...] Segue, il più che drammatico Munne – ‘O munno differente, «un anfratto desolato, sospeso», rappresentazione di un mondo – fisico e interiore – degradato a «munnezzaio di bisogni, nevrosi, solitudini», dove però la speranza non è ancora del tutto scomparsa ed è rappresentata dai pochi elementi primordiali come i fantasmatici Luigi Acunzo (convincente in versione Gollum) e Marzia Ercolani (eterno femminino di faustiana memoria, assieme madre e morte). Allestimento che continua la ricerca della compagnia Atto nomade, già apprezzata in occasione di Sono Morta Anche Io nell’Anno zero di Ad Arte, e che torna a Calcata con la coerenza stilistica di un denso simbolismo collegato a una inchiesta sul linguaggio (questa volta, complicando poetica del frammento e dialetto), all’interno di una cura scenografica tesa a parcellizzare il palco secondo ritmi scenici dilatati e calanti.
Il risultato è suggestivo, complessivamente d’impatto.